Varia


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie. Vol. 1 / a cura di Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti. – Roma, DeriveApprodi, 2007

Con questo libro si ripercorrono le tappe della costruzione delle matrici teoriche di quell’estesa galassia chiamata «autonomia», rintracciabili nella tradizione del pensiero «operaista», nelle riviste «Quaderni rossi» e «Classe» operaia», nell’esperienza militante di Potere operaio… E, ancora, si analizzano le specificità di un’esperienza rivoluzionaria di massa che ha segnato profonde differenze rispetto alle organizzazioni extraparlamentari e a quelle armate. Ma soprattutto, ci si chiede cosa, in questa storia, vi sia di ancora potentemente vivo e attuale.

Estremisti», «violenti», «provocatori», «mestatori», «prevaricatori», «squadristi», «diciannovisti», «fiancheggiatori», «terroristi». Questi sono solo alcuni degli epiteti coniati nel corso degli anni Settanta da illustri opinionisti, intellettuali, dirigenti di partito e di sindacato per definire gli autonomi, una variegata area di rivoluzionari attivi in quegli anni nel nostro paese. Il giorno 7 aprile 1979 un’imponente iniziativa giudiziaria imputò a decine di dirigenti e militanti autonomi di essere a capo di tutte le organizzazioni armate attive in Italia e il cervello organizzativo di «un progetto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato». L’accusa, dimostratasi col tempo del tutto infondata, fece da iniziale supporto a ulteriori arresti di massa, detenzioni preventive nei carceri speciali, processi durati anni e condanne a lunghe pene. Ma gli autonomi erano davvero solo un coacervo di estremismo irrazionale, violento e disperato?

«Negli anni Sessanta e Settanta l’Italia è stata attraversata da un conflitto sociale di durata e intensità che non hanno uguali nella storia più recente. Tutto l’immaginario della rivoluzione è precipitato qui: non v’è stata parola che non sia stata detta, non v’è stato gesto che non sia stato compiuto. Non v’è stata teoria che non sia stata teorizzata. Non v’è stata lotta nel mondo di cui non ci si sia fatti carico e non si sia stati fratelli almeno per un giorno. Tutti i sogni e tutti gli incubi delle rivoluzioni si sono fatti carne qui. Questa è l’anomalia italiana. Che tutto questo abbia prodotto una profonda trasformazione di questo paese è davvero difficile negarlo adesso. Che tutto questo abbia davvero prodotto una profonda trasformazione di questo paese è difficile riconoscerlo adesso. La coscienza enorme del lavoro, l’autonomia di classe, è il fattore determinante dell’anomalia italiana degli anni Sessanta e Settanta; la presenza del “più grande Partito comunista d’Occidente” è un fattore relativo. E da un certo punto in poi (la “crisi” degli anni Settanta) diventa un fattore opposto e contrario. Gli anni Sessanta e Settanta possono leggersi sostanzialmente come un conflitto aperto tra l’autonomia di classe e i comunisti italiani. Un conflitto tutto “dentro” il lavoro. Gli autonomi “impersonificano” questo conflitto. La chiave forse sta qui: gli autonomi sono più pertinenti all’anomalia italiana che all’autonomia operaia. Quando il grande ciclo delle lotte di fabbrica è finito, quando la spinta di massa va esaurendosi, quando la rivoluzione è perduta, ecco, rispunta l’anomalia italiana: gli autonomi. Quando esperienze, individui, gruppi e partiti della sinistra rivoluzionaria si sono sciolti, fusi, sparpagliati, ecco gli autonomi. Il vero scandalo, la vera anomalia dell’autonomia operaia è la violenza. Gli autonomi furono violenti. Gli autonomi “furono” la piazza. La piazza è il luogo proprio della politica di quel tempo. Gli autonomi giocano la loro politica in piazza. Dall’altra parte, dalla parte opposta, ci sono le autoblindo. Le autoblindo presidiano le piazze».

Lanfranco Caminiti, siciliano, vive appartato, scrive articoli e saggi, legge tante storie e gli capita di buttarne giù qualcuna. Non ha sempre fatto questo: quand’era ragazzo stava per lo più per strada, come tanti negli anni Settanta. I suoi scritti [collezionati su www.lanfranco.org] navigano per Internet dove vengono ripubblicati e talvolta tradotti.

Sergio Bianchi ha lavorato per il cinema e la televisione. È stato tra i fondatori della rivista e poi della casa editrice DeriveApprodi, di cui è amministratore unico e direttore editoriale. Ha curato i saggi: L’Orda d’oro. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale (Feltrinelli 2015); La sinistra populista. Equivoci e contraddizioni del caso italiano (Castelvecchi 2003); con Lanfranco Caminiti: Settantasette. La rivoluzione che viene (2004) e i volumi I, II, III de Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie (DeriveApprodi 2006, 2007, 2008); con Raffaella Perna: Le polaroid di Moro (DeriveApprodi 2012); con Nanni Balestrini e Franco Berardi Bifo: Il ’68 sociale politico culturale (alfabeta2 2018). È inoltre autore di: Storia di una foto. Milano, via De Amicis, 14 maggio 1977. La costruzione dell’immagine icona degli «anni di piombo» (DeriveApprodi 2010); Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo (Milieu 2016) e del romanzo La gamba del Felice (Sellerio 2005).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il delitto Moro e la deriva della democrazia / Francesco M. Biscione. – Roma, Ediesse, 2012

Per un’anteprima del libro clicca qui.

Per una recensione del libro clicca qui.

Per una video-presentazione del libro clicca qui.

L’Autore parla del libro in una video-intervista, clicca qui.

Il libro, costituito da alcuni saggi e studi recenti (2008-10), propone un’interpretazione della crisi politica del paese che vede l’origine della fase attuale nella sconfitta della politica di solidarietà democratica. L’omicidio di Aldo Moro (1978), l’uomo politico che con maggior lucidità aveva diagnosticato l’incipiente crisi di regime e stava lavorando a una ricomposizione degli equilibri politici, non segnò solo la fine della politica di solidarietà. Quell’episodio, anche per le sue modalità, interruppe il percorso del progetto democratico-costituzionale che era stato alla base della rinascita del paese, con la conseguenza di snaturare il senso della convivenza nazionale e costringere le istituzioni repubblicane a torsioni innaturali. Dopo il delitto Moro la politica italiana si è caratterizzata per una linea di divisione (che si è ripresentata in varie forme: il preambolo Dc nel 1980, il craxismo, il berlusconismo) che ha comportato l’esclusione “programmatica” di settori essenziali della società (sia masse, sia élite politiche) dall’esercizio del potere. Questa linea di divisione (che perdura ed e all’origine della crisi politica attuale) caratterizza, da oltre un trentennio, una fase di declino civile e politico del paese che la cultura e la politica democratiche non hanno ancora valutato in tutta la sua portata.

Francesco M. Biscione. (Parma, 1954) lavora a Roma presso l’Istituto dell’Enciclopedia italiana. È stato consulente delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul terrorismo e le stragi (1994-95) e sul dossier Mitrokhin (2004-05). Tra i suoi libri Il delitto Moro. Strategie di un assassinio politico, Roma, Editori Riuniti, 1998; Il sommerso della Repubblica. La democrazia italiana e la crisi dell’antifascismo, Torino, Bollati Boringhieri, 2003. Ha curato Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, Roma, Coletti, 1993; A. Gramsci, Disgregazione sociale e rivoluzione. Scritti sul Mezzogiorno, Napoli, Liguori, 1996; P. Togliatti, Corso sugli avversari. Le lezioni sul fascismo, Torino, Einaudi, 2010.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Memoria negata. Crescere in un centro raccolta profughi per esuli giuliani / Marisa Brugna. – Condaghes (CA), 2013

Per leggere un estratto clicca qui.

Per una recensione del libro clicca qui.

Per un documentario che ricostruisce attraverso immagini di repertorio e testimonianze di esuli Istriani, Giuliani e Dalmati la tragedia dell’Esodo dalle prime azioni di pulizia etnica dal 8 settembre 1943 agli anni successivi clicca qui.

L’esodo istriano, noto anche come esodo giuliano dalmata, è un evento storico causato dalla sistematica e preordinata politica di “pulizia etnica” praticata dal regime comunista del maresciallo Josip Broz Tito per eliminare la maggioranza italiana dai territori appartenenti all’ex Regno d’Italia e ceduti con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947. La vicenda, susseguente agli eccidi noti come “massacri delle foibe”, coinvolse in generale tutti gli abitanti quei territori che diffidavano del nuovo governo jugoslavo e fu particolarmente rilevante in Istria, dove si svuotarono interi villaggi e città. La gran parte della regione storica dell’Istria ora appartiene alla Croazia.

Nell´immediato dopoguerra, mentre tutto il mondo festeggiava la pace, in un piccolo angolo della Terra quella stessa pace scatenò l´inferno e 350.000 persone furono costrette ad abbandonare il suolo natio. Erano gli Esuli dell´Istria, Fiume e Dalmazia. Per oltre mezzo secolo si è cercato di ibernare la nostra storia, un gelo che ha amareggiato la vita dei nostri vecchi e li ha relegati in un mutismo indignato e dignitoso. Ad un popolo che aveva perso tutto, fu negata l´unica cosa rimasta: la memoria. Ma la forza dei ricordi, come una lava sotterranea, trova sempre il modo di salire in superficie e quanto più è compressa tanto più forte sarà la sua reazione. E questo libro ne è la conferma. Sono grata a Marisa Brugna per averlo scritto. So che non è stato sempre facile riportare a galla emozioni ed esperienze che hanno lasciato ferite profonde ma ne è valsa la pena. Il libro è un omaggio alla nostra gente, soprattutto ai nostri vecchi, al loro coraggio, alla loro dignità offesa dal silenzio della Storia; contemporaneamente è un messaggio di speranza per tutti i bambini di oggi e di domani vittime della guerra e dell´ingiustizia degli uomini.  Marina Nardozzi – Presidente Comitato Provinciale di Sassari ANVGD (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia).

Marisa Brugna è nata nel 1942 ad Orsera, in Istria, e vive nella borgata di Maristella a 13 km da Alghero. Nel 1947 abbandonò il paese natio avviandosi verso l´esilio che la costrinse a vivere in un Centro Raccolta Profughi per oltre un decennio. Nel 1959 giunse a Fertilia. Diplomata presso l´Istituto Magistrale di Sassari, ha insegnato per 38 anni, inizialmente ad Anela e poi ad Alghero dove ha vissuto fino al ´90 con il marito e i figli. È alla sua prima esperienza di narratrice.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ombre nere. Il delitto Mattarella tra mafia, neofascisti e P2 / Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza. – Milano, Rizzoli, 2018

Per leggere un estratto clicca qui.

Per un’anteprima clicca qui.

Per una recensione clicca qui.

Per una video-intervista all’autore Giuseppe Lo Bianco clicca qui.

Domenica 6 gennaio 1980. Un giovane dagli occhi di ghiaccio s’avvicina all’auto della famiglia Mattarella ed esplode alcuni colpi d’arma da fuoco verso il guidatore. La moglie, seduta accanto al leader democristiano, assiste pietrificata. Piersanti Mattarella muore dopo un’inutile corsa all’ospedale. Chi è il killer? La vedova Mattarella lo ha visto bene in faccia e indica una somiglianza: per lei è Valerio Fioravanti, appartenente ai Nuclei armati rivoluzionari, frangia dell’estrema destra extraparlamentare. Falcone imbocca la pista nera e nel 1991 chiede il rinvio a giudizio per Fioravanti e Gilberto Cavallini. L’indagine scava nell’attività politica del Presidente della Regione e nell’opera di moralizzazione da lui intrapresa in Sicilia: una svolta che aveva dato fastidio a molti. Ma al processo a pagare con l’ergastolo sono solo i mafiosi della cupola di Cosa nostra, e nessuno dei killer verrà mai più individuato. Piersanti Mattarella, fratello maggiore dell’attuale presidente della Repubblica, era intenzionato a proporre nell’isola l’alleanza Dc-Pci, la stessa linea indicata da Aldo Moro. La direttrice politica dei due esponenti democristiani si interseca anche nel tragico epilogo: entrambi gli omicidi restano tutt’oggi segnati da troppe ombre. Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza “riaprono” il caso Mattarella, proponendo documenti d’archivio e nuove rivelazioni, partendo dalle indagini avviate dal giudice Giovanni Falcone, ucciso nel 1992 nella strage di Capaci; analizzando il ruolo della P2 e dell’eversione “nera”,passando dalle lotte intestine al vertice di Cosa nostra fino alle manovre ambigue di don Vito Ciancimino; vagliando l’ipotesi che Mattarella, proprio come Moro, sia caduto in una trappola di ispirazione atlantica scattata per impedire in Italia “aperture” politiche incompatibili con gli equilibri internazionali.

Giuseppe Lo Bianco. Cronista giudiziario da ventitré anni, ha lavorato al «Giornale di Sicilia» e a «L’Ora» negli anni caldi della guerra di mafia, dal blitz del settembre 1984 dopo le dichiarazioni di Buscetta, che originò il primo maxiprocesso alle cosche, ai misteri delle stragi mafiose, ai processi Andreotti e Contrada. È convinto che sia riduttivo continuare a definire mafia un sistema democraticamente rappresentato, che costituisce la prima, autentica, emergenza del paese. Oggi collabora con «il Fatto Quotidiano» e con «MicroMega». Corrispondente de «L’espresso» dalla Sicilia, ha scritto con Franco Viviano La strage degli eroi (Edizioni Arbor 1996). Con Sandra Rizza, Rita Borsellino. La sfida siciliana (Editori Riuniti 2006), Il gioco grande. Ipotesi su Provenzano (Editori Riuniti 2006), L’agenda rossa di Paolo Borsellino (Chiarelettere 2007), Profondo nero (Chiarelettere 2009), L’agenda nera della Seconda Repubblica (Chiarelettere 2010), Antonio Ingroia, Io so (Chiarelettere 2012), libro intervista al magistrato anti-mafia, Ombre nere. Il delitto Mattarella tra mafia, neofascisti e P2 (Rizzoli 2018). Con Vincenzo balli ha scritto The Truman boss. La storia surreale di una famiglia che ha vissuto per anni sotto protezione nel terrore di essere bersaglio della mafia (Castelvecchi 2017).

Sandra Rizza. Per un decennio cronista giudiziaria all’Ansa di Palermo, ha imparato il mestiere negli stanzoni de «L’Ora» di Palermo, negli anni caldi della guerra di mafia, passando presto dalle cronache di ordinaria marginalità sociale alla cronaca nera e giudiziaria. Ha collaborato con «il manifesto» seguendo le udienze del maxiprocesso, e firmando servizi di approfondimento sul tema del garantismo, sul pentitismo e sugli aspetti «sociologici» del fenomeno mafia, a partire dal ruolo delle donne all’interno dei clan. Ha collaborato con «La Stampa», ed è stata corrispondente dalla Sicilia del settimanale «Panorama» negli anni delle stragi 1992-93. Oggi collabora con «MicroMega» e «il Fatto Quotidiano». Ha scritto Rita Atria. Una ragazza contro la mafia (edizioni La Luna 1993). Con Giuseppe Lo Bianco ha scritto, Rita Borsellino. La sfida siciliana (Editori Riuniti 2006), Il gioco grande. Ipotesi su Provenzano (Editori Riuniti 2006), L’agenda rossa di Paolo Borsellino (Chiarelettere 2007), Profondo nero (Chiarelettere 2009), L’agenda nera della Seconda Repubblica (Chiarelettere 2010), Antonio Ingroia. Io so (Chiarelettere 2012), libro intervista al magistrato antimafia, e Ombre nere. Il delitto Mattarella tra mafia, neofascisti e P2 (Rizzoli 2018).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diario di un “buono a nulla”. Scampia, dove la parola diventa riscatto / Davide Cerullo; introduzione di Erri De Luca. – Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2020

Per leggere un’anteprima del libro clicca qui.

«Nessun potere ha la forza di imprigionare le parole. Ogni singola sarà letta da occhi innumerevoli, solo con i battiti di ciglia oppure anche a voce alta, in una stanza, in un’aula di scuola, in una piazza, in un’assemblea, alla radio. E dopo il più lungo giro del mondo torneranno nelle mani di quelli che le hanno scritte, e saranno unte da tutte le impronte digitali di chi le ha ricevute e insieme formeranno una stretta di mano» (Erri De Luca).

«Davide non scrive per istinto, per dote avuta in sorte, ma per conquistato titolo di autore. Le sue storie fanno alzare gli occhi dalla pagina e danno a chi legge un lancio nei suoi propri ricordi. Le sue storie suggeriscono al lettore quello che ha di sé dimenticato. Così questa lettura è doppia, il diario di Davide rimanda a quello mai tentato del lettore. Succede a me la mescola improvvisa dei giorni suoi coi miei» (Erri De Luca).

«Se un giorno Scampia non ci fosse più, o, meglio, non ci fosse più quella Scampia delle Vele, della camorra, dei senza speranza, il luogo maledetto del degrado sociale, e magari avesse prevalso la Scampia onesta e dignitosa, che pure silenziosamente esiste, molti non saprebbero né più scrivere né più parlare di una Scampia diversa. Troppe volte in questi anni, soprattutto da Gomorra in poi, ci si è avvicinati a Scampia sperando di replicare con successo la denuncia-racconto di Saviano: non per cercare di capire questo complicato e difficile territorio, ma per sfruttare questo nuovo immaginario collettivo su Scampia come unica sede della camorra. A Scampia c’è un’umanità forte e silenziosa là dove gli ipocriti hanno costruito pregiudizi che separano dalla vita reale, dal cuore delle cose» (Davide Cerullo).

Davide Cerullo. «Davide è un tizzone scampato a un incendio. Succede a legni che si battono contro il fuoco. Cresciuto nel quartiere della droga, dal fondo di prigione ha trovato il suo nome scritto nella Bibbia: Davide! Ha staccato di nascosto le pagine, le ha lette e da lì è cominciata una persona nuova. La sua storia canta come la prima rondine, profuma come il pane. Ultima coincidenza col Davide della Bibbia: anche lui da bambino è stato pastore di pecore del padre» (da Erri De Luca).

Notizie sulla fase giovanile della vita di Davide Cerullo (Napoli, 1974) sono fornite nel romanzo di Cerullo-Pronzato, Ali bruciate. I bambini di Scampia (Napoli, Edizioni Paoline, 2009). A soli 10 anni era già ricercato dalla polizia, a 14 anni gestiva una piazza di spaccio a Scampia, a 16 anni viene arrestato per droga, a 17 anni viene “gambizzato” da killer di clan rivali, a 18 anni viene arrestato e mandato a Poggioreale. Proprio qui avrebbe fatto l’incontro più rivoluzionario della sua vita: attraverso la lettura della Bibbia accoglie pian piano il messaggio di liberazione che non è rivolto solo ai credenti, ma a tutti gli uomini, senza distinzioni. La sua esperienza in carcere è raccolta nel libro Parole evase (Edizioni Gruppo AEPER, 2013), dove viene data voce a lettere e testimonianze di uomini e donne che altrimenti sarebbero state per sempre taciute: le condizioni di vita dei reclusi, le loro riflessioni, le speranze e i dolori, tutto impresso su lettere nascoste o affidato a confessioni sottovoce. Dall’esperienza di Davide Cerullo nasce anche un progetto “Vela: rendere consapevoli”, del quale si parla nel libro La ciurma dei bambini e la sfida al pirata Ozi (Napoli, Dante e Descartes, 2013), per soccorrere i minori a rischio del quartiere Scampia. Attualmente Cerullo vive e lavora a Modena con la moglie e due figli. La sua lotta per la legalità e per la difesa dei diritti dei bambini è diventata segno di speranza per le vittime della malavita.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesia cruda. Gli irrecuperabili non esistono / Davide Cerullo, – Napoli, Marotta&Cafiero, 2019

Per una video-presentazione del libro clicca qui.

Per una video-intervista all’Autore clicca qui e qui.

Cosa significa vivere a Scampia, crescere in una famiglia povera e anaffettiva, cedere alle lusinghe di facili guadagni e riuscire, poi, a cambiare il corso del proprio destino. Davide Cerullo racconta tutto questo, con dolorosa e autentica verità. Parla di sé e di chi, come lui, è riuscito a ergersi al di sopra della schiavitù della camorra, ma parla anche di chi non ce l’ha fatta ed è caduto, schiavo, avvinto dalle reti di un sistema che non lascia vie di fuga. La biografia di Davide, dal rapporto controverso con il padre ai primi incarichi all’interno di un clan della camorra fino alla sua rinascita attraverso la letteratura, fa da cornice ad altri racconti di vite, come quella di Dario, che si è salvato da un’esistenza sotto tiro fuggendo altrove, lontano da una guerra tra poveri che lo costringeva a trascorrere intere giornate dentro casa strappato alla sua adolescenza. L’amore e la speranza, o, al contrario, l’assenza di amore e di speranza, sono i fili conduttori di un testo che lega insieme destini diversi intrecciati tra le medesime vie di un quartiere tanto tormentato quanto umanamente fecondo.

Davide Cerullo. «Davide è un tizzone scampato a un incendio. Succede a legni che si battono contro il fuoco. Cresciuto nel quartiere della droga, dal fondo di prigione ha trovato il suo nome scritto nella Bibbia: Davide! Ha staccato di nascosto le pagine, le ha lette e da lì è cominciata una persona nuova. La sua storia canta come la prima rondine, profuma come il pane. Ultima coincidenza col Davide della Bibbia: anche lui da bambino è stato pastore di pecore del padre» (da Erri De Luca).

Notizie sulla fase giovanile della vita di Davide Cerullo (Napoli, 1974) sono fornite nel romanzo di Cerullo-Pronzato, Ali bruciate. I bambini di Scampia (Napoli, Edizioni Paoline, 2009). A soli 10 anni era già ricercato dalla polizia, a 14 anni gestiva una piazza di spaccio a Scampia, a 16 anni viene arrestato per droga, a 17 anni viene “gambizzato” da killer di clan rivali, a 18 anni viene arrestato e mandato a Poggioreale. Proprio qui avrebbe fatto l’incontro più rivoluzionario della sua vita: attraverso la lettura della Bibbia accoglie pian piano il messaggio di liberazione che non è rivolto solo ai credenti, ma a tutti gli uomini, senza distinzioni. La sua esperienza in carcere è raccolta nel libro Parole evase (Edizioni Gruppo AEPER, 2013), dove viene data voce a lettere e testimonianze di uomini e donne che altrimenti sarebbero state per sempre taciute: le condizioni di vita dei reclusi, le loro riflessioni, le speranze e i dolori, tutto impresso su lettere nascoste o affidato a confessioni sottovoce. Dall’esperienza di Davide Cerullo nasce anche un progetto “Vela: rendere consapevoli”, del quale si parla nel libro La ciurma dei bambini e la sfida al pirata Ozi (Napoli, Dante e Descartes, 2013), per soccorrere i minori a rischio del quartiere Scampia. Attualmente Cerullo vive e lavora a Modena con la moglie e due figli. La sua lotta per la legalità e per la difesa dei diritti dei bambini è diventata segno di speranza per le vittime della malavita.

Bibliografia essenziale: Ali bruciate. I bambini di Scampia, in collaborazione con Alessandro Pronzato, Napoli, Edizioni Paoline, 2009; Parole evase, con prefazione di Erri de Luca, Edizioni Gruppo AEPER, 2013; La ciurma dei bambini e la sfida al pirata Ozi, con prefazione di Erri de Luca, Napoli, Dante e Descartes, 2013; Un alfabetizzato di ritorno. Un insuccesso che diventa un’opportunità di riscatto, in La zona grigia. Scrittori per la legalità, a cura di Patricia Bianchi, Napoli, Guida, 2014.

(nota bio-bibliografica su Davide Cerullo a cura di Paola Cascone)

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Patrie smarrite. Racconto di un italiano / Corrado Stajano; postfazione di Paolo Di Stefano. – Milano, il Saggiatore, 2018

Per un’anteprima del libro clicca qui.

Per una recensione del libro clicca qui, qui, qui e qui.

Nel ricordo e nella fatica del ritorno alle origini familiari si scoprono frammenti di storia collettiva, bagliori di un passato irrisolto che affiorano nel presente. In “Patrie smarrite” Corrado Stajano scrive una memoria, una narrazione civile sul grande enigma che è il carattere italiano. A Noto, dove tenta di vendere gli antichi terreni della famiglia – «stoppie, ulivi, mandorli e grotte dell’età del bronzo» -, e poi nei luoghi della giovinezza, fra le brume e le anse placide del Po, a Cremona, dove si reca per svuotare la vecchia casa materna, Stajano racconta architetture, paesaggi, vicende storiche, mentalità e personaggi eterogenei, tutti fatalmente italiani. E indagando la propria doppia radice – siciliana e lombarda – indaga il nostro tragico Novecento, il divario e l’incomunicabilità tra Nord e Sud, un’Italia troppo spesso incline al compromesso, smemorata e autoassolutoria. Tra le spiagge rossastre, gli odori di gelsomino e ricotta, il tufo, i profili cadenti delle architetture barocche, nel Val di Noto Stajano ritrova ricordi personali, carte d’archivio, testimonianze dirette, memoriali inediti, che ricostruiscono lo sbarco anglo-americano sulle coste siciliane, nel luglio 1943: un episodio cruciale e per molti aspetti relegato all’oblio, che rivela eroismi e viltà grandi e piccole, collusioni e silenzi. A Cremona lo sguardo curioso e severo di Stajano si sofferma sulla resistibile ascesa e caduta del ras Farinacci: com’è possibile che una popolazione di antica cultura e tradizioni democratiche abbia favorito con divisioni, omertà e malizie l’imporsi del fascismo più nero? Oggi la città, sonnolenta, rifiuta ogni domanda, sembra infastidita dalla memoria, si rifugia nel particulare, emblema di un paese in cui ancora prevalgono gli egoismi, mai del tutto immunizzato dal germe fascista. In quella che Paolo Di Stefano, nella postfazione al volume, ha definito «l’autobiografia di una nazione», la fantasia esasperata e irrazionale di una Sicilia «amata e ripudiata», la pacatezza, l’ordine e la concretezza della Bassa Padana divengono le due facce, apparentemente inconciliabili, della stessa medaglia: patrie smarrite come smarrito appare l’ideale di un’Italia civile, a lungo vagheggiata e mai raggiunta.

Corrado Stajano ha scritto su importanti quotidiani e settimanali, ha firmato per la Rai documentari televisivi di argomento politico e culturale. Ha pubblicato, da Einaudi, Il sovversivo (1975), La pratica della libertà (1976), Africo (1979), L’Italia nichilista (1982-1992), Un eroe borghese (1991) da cui è stato tratto il film omonimo, Il disordine (1993). Con Garzanti ha pubblicato Promemoria (1997, Premio Viareggio), Ameni inganni (con Gherardo Colombo, 2000), Patrie smarrite (2001), I cavalli di Caligola (2005), Maestri e Infedeli (2008). Ha inoltre curato il volume che raccoglie gli atti d’accusa del maxiprocesso di PalermoMafia (Editori Riuniti, 1986) e La cultura italiana del Novecento (Laterza, 1996).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alto tradimento. La guerra segreta agli italiani da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna / Antonella Beccaria, Giorgio Gazzotti, Gigi Marcucci, Claudio Nunziata, Roberto Scardova; prefazione a cura di Paolo Bolognesi. – Roma, Castelveccchi, 2016

Per la prima volta i documenti che provano il suolo della P2 nei finanziamenti della strage di Bologna

Licio Gelli non fu solo il depistatore delle indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, ma anche il collettore di 13.970.000 dollari annotati in un documento intestato ‘Bologna’. Quel finanziamento fu poi completato tramite operazioni eseguite su banche facenti capo a Umberto Ortolani e Roberto Calvi, che attribuì ai servizi segreti proprio un finanziamento di 15 milioni assicurato dal Pentagono che ‘avrebbe fatto esplodere il mondo’. Una leggerezza che determinò la sua condanna a morte. Le ammissioni recenti fatte dal capo della P2 sul suo coinvolgimento in un progetto eversivo realizzato dopo la strage del 2 agosto sono oggi inevitabilmente destinate a rappresentare una chiave di lettura anche della destinazione di quel finanziamento. Questo libro offre una rilettura documentata di come in Italia, fra gli anni Settanta e Ottanta, strutture clandestine, sollecitate da ambienti istituzionali e realtà internazionali, abbiano attuato uno spregiudicato attacco alla democrazia basato sulla ‘guerra non ortodossa’.”

Paolo Bolognesi, deputato, è dal 1996 il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Claudio Nunziata da magistrato è stato impegnato nelle indagini di tre processi per strage. Roberto Scardova è stato giornalista RAI, inviato speciale per il Tg3. Giorgio Gazzotti ha lavorato per il quotidiano «il Resto del Carlino», mentre Gigi Marcucci è stato all’«Unità», Antonella Beccaria collabora con la trasmissione Profondo nero di Carlo Lucarelli.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La venerabile trama. La vera storia di Licio Gelli e della P2 / Giorgio Galli. – Torino, Lindau, 2007

Per un’anteprima del libro clicca qui.

Per una recensione clicca qui.

“Ancora oggi Licio Celli e la P2 fanno parte dell’immaginario italiano come un archetipo, ovvero la quintessenza, il nocciolo duro, il cuore nero di un potere che a contatto con la sua ombra è capace di tutto. Anche di spaventare ancora, anche di ritornare quando non esiste più.” Come è possibile contraddire questa recente affermazione di Filippo Ceccarelli, se si pensa che alla P2 sono stati attribuiti tentativi di colpi di stato, attentati, stragi, forme innumerevoli di corruzione, a ogni livello e per qualunque fine, in pratica qualsiasi anomalia del sistema politico italiano (e persino un ruolo nel mistero di Rennes-le-Chàteau e nelle vicende di un’altra società segreta, il Priorato di Sion)? Ma possiamo davvero credere che il nostro paese sia stato per qualche decennio in balia di una ristretta élite (anche a voler prendere la Massoneria di Palazzo Giustiniani nel suo insieme) pronta a tutto e determinata ad assumere il potere a ogni costo? Davvero è esistito uno Stato dentro lo Stato che, infischiandosene di partiti, governi, parlamenti e procedure democratiche, ha tramato, seminato bombe, ucciso o fatto uccidere? È stato realmente operante un complotto pluto-(giudaico?)-massonico ai danni di tutti, e di qualcuno in particolare? E Licio Celli è stato il Grande Vecchio, il burattinaio occulto e inesorabile di un inquietante teatrino dei Pupi?

Giorgio Galli, uno dei massimi politologi italiani, offre una risposta definitiva a queste domande, grazie all’analisi di una vastissima documentazione e mettendo sotto una luce del tutto inedita il ruolo avuto da Gelli e dalla sua Loggia in quella lunga serie di (quasi sempre) drammatiche vicende che hanno segnato la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi.

Giorgio Galli, ha insegnato per oltre trent’anni Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano ed è uno dei maggiori politologi italiani. Il suo lavoro s’incentra sulla storia politica italiana recente, argomento dei suoi libri e saggi giornalistici, prevalentemente su “Panorama”. È inoltre autore di studi sul complesso intreccio fra vicende e dottrine storico-politiche e tradizioni culturali antiche e profonde. Tra i suoi ultimi libri ricordiamo Hitler e il nazismo magico (1989), La politica e i maghi. Da Richelieu a Clinton (1995) e, con Giuliano Boaretto, Alba magica. Le elezioni italiane e il New Age della scienza politica (1996). Per Mimesis ha pubblicato Storia d’Italia tra imprevisto e previsioni (2014) e Arricchirsi impoverendo. Multinazionali e capitale finanziario nella crisi infinita (2018).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Licio Gelli. Vita, misteri, scandali del capo della Loggia P2 / Mario Guarino, Fedora Raugei; prefazione di Paolo Bolognesi. – Bari, Edizioni Dedalo, 2016

Per un’anteprima del libro clicca qui.

Un libro-inchiesta che – attraverso dati, riferimenti, documenti anche inediti – ricostruisce la vita e l’operato di Licio Gelli considerato il “Burattinaio d’Italia”, ovvero il capo della potente e segreta Loggia P2, nonché uno dei personaggi più influenti del dopoguerra. Affiliati alla sua Loggia: faccendieri, imprenditori, giornalisti, militari, politici, magistrati, ma anche alcuni vertici dei servizi segreti. Nel libro vengono ricostruite le vicende più oscure che hanno contrassegnato la biografia di Gelli: dal crac del Banco Ambrosiano alla presa del “Corriere della Sera”, dalla strage di Bologna alla morte del banchiere Roberto Calvi. Intrighi, attentati, collusioni tra i poteri che hanno dominato il Paese. Non solo, dunque, la biografia del potente capo della Loggia P2, ma anche un viaggio nella storia italiana ripercorsa attraverso gli avvenimenti che hanno contrassegnato la vita sociale e politica del dopoguerra, mai svelati completamente. In appendice foto e documenti inediti e l’elenco completo degli affiliati alla Loggia P2.

Mario Guarino per decenni inviato del Gruppo Rusconi-Hachette, e poi collaboratore di diversi periodici, tra cui “Avvenimenti-Left”, “l’Europeo” e “Il Mondo”, ha vinto il premio giornalistico Mario Pannunzio. Con I mercanti del Vaticano (1998-2008) è stato tra i primi autori italiani ad indagare gli aspetti più nascosti (finanza, traffici illeciti, intrighi, ricchezze…) della Santa Sede. Ha firmato numerosi saggi di successo, tra i quali il bestseller Berlusconi. Inchiesta sul signor tv (1987 – 1994) con Giovanni Ruggeri (primo libro della sterminata serie sul Cavaliere), L’Italia della vergogna (1995); Poteri segreti e criminalità organizzata sulla ‘Ndrangheta’ (2004); L’orgia del potere (2005; prefazione di P. Sylos Labini, postfazione di M. Santoro); Gli anni del disonore (biografia di Licio Gelli) con Fedora Raugei (2006); Ladri di Stato (2010; prefazione di M. Travaglio).

Fedora Raugei ha collaborato con numerose testate giornalistiche. È stata consulente delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, sull’occultamento dei fascicoli sui crimini nazifascisti e Antimafia. È autrice di Bologna 1980. Vent’anni per la verità (2000).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La banda della Magliana. Storia di una holding politico-criminale / Gianni Flamini. – Milano, Kaos edizioni, 2012

«Questo libro si occupa di uno snodo importante dei misteri d’Italia: la struttura illegale denominata “banda della Magliana”. Una struttura che non può essere semplicemente definita criminale, pena la sottovalutazione della sua funzione di cerniera con settori dell’eversione armata, dei servizi segreti, del mondo politico, del Vaticano, delle banche… La storia della banda della Magliana evidenzia un ulteriore segmento della storia della prima Repubblica. Una storia letta dal versante delle organizzazioni criminali che l’hanno attraversata condizionandone il divenire. Una storia drammatica, che non deve essere ignorata; storia autentica del nostro Paese, che dobbiamo conoscere proprio per non doverla rivivere» Libero Mancuso

Gianni Flamini (Bologna 1934, giornalista) da molti anni fa ricerche sui temi del terrorismo, della sovversione e della politica parallela. Fra le sue pubblicazioni: Il partito del golpe (1981-1985); I pretoriani di Pace e libertà (2001); Brennero Connection (2003); L’amico americano (2005); Segreto di Stato (2002) e Diario criminale (2009), entrambi con Claudio Nunziata; Il bullo del quartiere (2006); Il libro che i servizi segreti italiani non ti farebbero mai leggere (2010).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La via perfetta. Nanga Parbat: sperone Mummery / Daniele Nardi con Alessandra Carati. – Torino, Einaudi, 2019

Per un’anteprima del libro clicca qui.

Per leggere un estratto del libro clicca qui.

Per una recensione clicca qui e qui.

Daniele Nardi parla (era l’anno 2016) dei suoi inverni sul Nanga Parbat, clicca qui.

L’avventura di un uomo che, partendo dalla provincia di Latina, tra difficoltà e pregiudizi ha lasciato la propria firma nel mondo dell’alpinismo estremo.

«Se non dovessi tornare dalla spedizione desidero che Alessandra continui a scrivere questo libro, perché voglio che il mondo conosca la mia storia».

«Un alpinista è un esploratore, non resiste a una via di cui si è innamorato, non può sottrarsi al desiderio di tentarla. Perché la visione iniziale è diventata un’idea, e l’idea un progetto a cui pensa tutti i giorni e a cui dedica le sue energie migliori».

Sulla Terra ci sono quattordici montagne che superano gli 8000 metri: il Nanga Parbat è una di queste. La nona in ordine di altezza e una delle più difficili; in particolare se la si affronta dallo sperone Mummery, che nessuno ha mai salito. Nei suoi cinque tentativi di conquistare la vetta in invernale, Daniele Nardi lo ha provato quattro volte. Quel «dito di roccia e ghiaccio che punta dritto alla vetta» aveva catturato la sua immaginazione. Un percorso cosí elegante da sembrare perfetto. L’impresa di Nardi e del suo compagno di cordata Tom Ballard si è interrotta a un passo dalla conclusione, ma Daniele, come fa ogni alpinista, aveva messo in conto che potesse accadere, e si era rivolto ad Alessandra Carati. Hanno lavorato insieme per quasi un anno. Alessandra lo ha seguito al campo base del Nanga Parbat e, dopo essere rientrata in Italia, è rimasta in contatto con lui fino all’ultimo giorno. Nella posta elettronica aveva un’email che era un impegno: terminare il racconto che Daniele aveva iniziato.

Daniele Nardi (Sezze, 24 giugno 1976 – Nanga Parbat, marzo 2019) è il primo alpinista nato al di sotto del Po ad aver scalato l’Everest e il K2, le due vette più alte del mondo. Fra le sue ascensioni più importanti: Broad Peak (8047 m), Nanga Parbat (8125 m), la cima Middle dello Shisha Pangma (8027 m). Dal 2009 ha cominciato un nuovo ciclo di spedizioni, in cui affrontava montagne più basse ma più difficili tecnicamente. Nel 2011 ha aperto una via nuova sul Bhagirathi III (6454 m) in stile alpino, che gli è valsa il Premio Paolo Consiglio, il massimo riconoscimento alpinistico italiano. Ha partecipato a numerose spedizioni scientifiche e ricevuto riconoscimenti internazionali. Come ambasciatore per i diritti umani nel mondo ha sostenuto progetti di solidarietà in Nepal e Pakistan.

Alessandra Carati. Editor e ghostwriter, 40 anni, vive a Monza. Fino al 2010 ha svolto attività formativa e autorale per cinema e teatro. Ha insegnato al Politecnico di Milano, a IED ModaLab Milano, agenzie di comunicazione e aziende (Wella, Davines, Comfortzone). È stata sceneggiatrice e script doctor (RiformaFilm, Downtown Picture). Tra gli altri è editor di Le prime luci del mattino e La strada verso casa di Fabio Volo, progetti al femminile come Le madri interrotte di Laura Bulleri, Non chiedermi come sei nata di Annarita Briganti e Quando meno te l’aspetti di Chiara Moscardelli. Il suo libro, Bestie da vittoria, scritto con Danilo Di Luca, è uscito nella primavera del 2016 per Piemme. L’edizione francese di Bestie da vittoria (Piemme 2016) uscirà nel 2017 per City Editions. Il suo ultimo libro, La via perfetta, scritto con Daniele Nardi, è uscito a novembre del 2019 per Einaudi Stile Libero.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il martello degli dei. La saga dei Led Zeppelin / Stephen Davis. – Roma, Arcana, 2020

Per un’anteprima clicca qui.

Per leggere un estratto del libro clicca qui.

Per una recensione clicca qui.

Per una video-intervista all’Autore (in inglese) clicca qui e qui.

Per ascoltare I più grandi successi dei Led Zeppelin clicca qui.

Mostri sacri del rock che non tramonta, i Led Zeppelin hanno fatto la loro “scalata al paradiso” attraverso una storia di grandi e piccole rivoluzioni musicali, di eccessi e dissolutezza, di pirotecniche esibizioni dal vivo e di canzoni indimenticabili, che hanno incendiato il corpo e l’anima di intere generazioni con un’inimitabile miscela sonora di blues, hard rock, heavy metal, folk celtico, psichedelia e miti medievali. “Il martello degli dei” analizza l’universo Zeppelin, soffermandosi tanto sugli aspetti più oscuri e scioccanti della band quanto sulla loro musica e sui loro concerti, che hanno restituito al rock la sua dimensione più selvaggia e genuina. Dai tempi degli esordi, Led Zeppelin I, e del suo potente blues psichedelico all’incredibile successo di massa, raggiunto nonostante l’esclusione dalle hit parade radiofoniche, Davis ripercorre una vicenda lunga più di trent’anni, che ha alternato i trionfi discografici alle tragedie umane, la fama mondiale alle accuse di pratiche esoteriche e sataniste, fino allo scioglimento del 1980, in seguito alla morte di John Bonham, il leggendario batterista della band, e alle carriere solistiche, arrivate fino ai nostri giorni.

Stephen Davis è un giornalista e storico della musica americano. Davis è nato a New York City e ha frequentato la Boston University. Ha iniziato la sua carriera scrivendo per la Boston Phoenix nel 1970.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allah Loves Equality. Si può essere gay e musulmani? / Michele Benini, Elena De Piccoli, Wajahat Abbas Kazmi. – Milano, TAM, 2018

Per una video-intervista a Wajahat Abbas Kazmi clicca qui e qui.

Il coraggio di un ragazzo che ha sfidato i pregiudizi diventando un caso internazionale.

Si può essere gay e musulmani? La storia della campagna contro l’omofobia nell’Islam e contro l’islamofobia nella comunità LGBTQIA (lesbica, gay, bisessuale, transgender, queer, intersessuale e asessuali), nata due anni fa dall’idea di un giovane regista pakistano che vive in Italia. La trasformazione di quella campagna, diventata famosa nel mondo, in un progetto cinematografico per documentare la vita delle persone omosessuali e transessuali nei Paesi con leggi che criminalizzano la loro condizione, iniziata dal viaggio in Pakistan e dalla realizzazione del primo documentario che sarà pronto in contemporanea con l’uscita del libro. Questo libro è il racconto della storia attraverso la voce degli attivisti.

Michele Benini è nato a Lecco nel 1967. Ha collaborato con numerosi giornali locali, vive nei libri per passione e per lavoro ed è attivista
per i diritti umani. Considera Il Grande Colibrì un naturale allargamento della sua famiglia.

Elena De Piccoli. È laureata in Letteratura Italiana e in Lingue e Culture del Medio Oriente e dell’Africa del Nord e attivista per i diritti umani. È autrice della raccolta di poesie Contemplazioni.

Wajahat Abbas Kazmi (Lahore, 15 agosto 1985) è un regista pakistano naturalizzato italiano. Attivo in progetti sui diritti umani in collaborazione con Amnesty International. Tra i fondatori de Il Grande Colibrì, lotta a fianco delle persone LGBT nel mondo musulmano. Come regista indipendente ha realizzato documentari sulle minoranze. La sua missione è portare cambiamento sociale nel mondo di oggi filmando gli eventi crudeli. La Coalizione italiana per la libertà e i diritti civili diritti civili (CILD) lo ha premiato con il premio Giovane Attivista per la sua campagna “Allah Loves Equality” e il suo coraggioso lavoro per i diritti LGBT nel mondo musulmano. Membro della giuria del Walk On Rights Award tenuto da Amnesty International dal 2018. A seguito della partecipazione al Gay Prdie di Milano, è stato definito satanista e oggetto di minacce in più lingue. Il Comitato Organizzatore di “Roma EuroGames 2019“, alla luce dell’impegno, della passione e dei meriti nella lotta per l’inclusione e l’uguaglianza per le persone LGBTQIA, conferisce il titolo di Ambasciatore di Roma EuroGames 2019 a Wajahat Abbas Kazmi. Nel 2019 ha vinto l’European Moneygram Award per la responsabilità sociale dall’Italia (Wikipedia).

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tesla. Un uomo fuori dal tempo / Margaret Cheney. – Macerata, Liberilibri, 2018

Per leggere un estratto del libro clicca qui.

Per un video-riassunto del libro clicca qui.

«Alle otto in punto una figura aristocratica sulla trentina veniva accompagnata al suo solito tavolo nella Sala delle Palme del Waldorf Astoria hotel. Alto e snello, elegante nel vestire, attirava tutti gli sguardi – anche se gran parte della clientela, conoscendo il bisogno di riservatezza dell’illustre inventore, faceva finta di non guardare. Diciotto tovaglioli di lino puliti erano come sempre impilati accanto al suo piatto. Nikola Tesla non sapeva spiegare la sua preferenza per i numeri divisibili per tre, più di quanto non riuscisse a spiegare la sua paura morbosa dei germi, né per quale motivo fosse perseguitato da una moltitudine di altre strane ossessioni che gli tormentavano la vita».La felice penna di Margaret Cheney, pur nell’assoluto rigore storico e scientifico della sua narrazione, ci fa vivere a fianco del più mirabile inventore della nostra epoca restituendone la ricchissima, inquietante personalità umana.

Nikola Tesla. Fisico serbo naturalizzato statunitense (Smiljan, od. Croazia, 1856 – New York 1943); nel 1884 emigrò negli USA, di cui ottenne la cittadinanza; lavorò presso Thomas Alva Edison e fondò poi a New York un laboratorio di ricerche elettrotecniche. Nel 1887 chiese un brevetto, ottenuto e pubblicato nel maggio 1888, per un motore a campo magnetico rotante, che, a sua insaputa, Galileo Ferraris aveva proposto nel 1885 e descritto in una memoria del marzo 1888: pertanto, a Tesla si suole talvolta erroneamente attribuire la priorità dell’invenzione, mentre a lui va il merito di aver dato applicazione pratica al principio del campo magnetico rotante, specialmente per avere, insieme con altri, introdotto il sistema trifase. Particolarmente importanti le sue ricerche sulle correnti ad alta frequenza e ad altissima tensione, dette anche, in suo onore, correnti di Tesla.

Margaret Cheney (Eugene, Oregon 1921-Grass Valley, California 2010) Scrittrice, biografa, oltre a due lavori su Tesla ha pubblicato Meanwhile Farm; Why: The Serial Killer in America; Midnight at Mabel’s. Per Liberilibri, nella collana Oche del Campidoglio, Margaret Cheney ha pubblicato Tesla. Un uomo fuori dal tempo (2006, 2016).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Assolutamente musica / Murakami Haruki, Ozawa Seiji. – Torino, Einaudi, 2019

Per un’anteprima del libro clicca qui.

Per leggere un estratto del libro clicca qui.

Per una recensione clicca qui e qui.

Lo scrittore di fama mondiale e il celebre direttore d’orchestra si incontrano per parlare della loro più grande passione: il risultato di questo scambio non può che essere eccezionale. E queste conversazioni lo dimostrano.

«Una raccolta di dialoghi tra due artisti appassionati: lo scrittore immerso nella musica, nella vita e nei romanzi e il talentuoso maestro d’orchestra. Queste pagine compongono una melodia incantevole» – The New York Times

«Come in una sonata a quattro mani, i due artisti intessono un dialogo sulla musica, la sua storia, i suoi protagonisti, il significato che assume nelle nostre vite. Insieme ascoltano e analizzano, scompongono, confrontano, si emozionano. Insieme, danno voce a un amore, quello per la musica, assoluto

Il ritmo è una successione di forme di movimento, di suoni e di pause, di luce e di buio, di frenesia e di quiete. Il ritmo è un concetto che accomuna i libri e la musica: i romanzi più belli ne hanno sempre uno, e leggerli è piacevole quanto ascoltare una canzone a occhi chiusi. «Se in un testo non c’è ritmo, nessuno lo leggerà», afferma Murakami Haruki, che ha imparato a scrivere ascoltando musica. La sua passione è nota a tutti i lettori: non solo i suoi romanzi sono percorsi da una costante colonna sonora formata dalle canzoni che ascoltano i personaggi, o in cui si imbattono per caso, ma l’autore giapponese ha anche gestito un jazz club a Tōkyō, il famoso Peter Cat. E può vantare un amico d’eccezione: il grande maestro Ozawa Seiji, che ha diretto le orchestre più importanti del mondo, tra cui la Boston Symphony Orchestra per ventinove anni, dal 1973 al 2002. Uniti da una sincera amicizia e spinti dal profondo amore per la musica, l’appassionato e il professionista hanno deciso di scrivere insieme Assolutamente musica: sei conversazioni e quattro interludi che spaziano da Beethoven ai collezionisti maniacali di dischi, da Brahms al rapporto tra musica e scrittura, da Mahler al blues, fino alla formazione dei giovani musicisti più talentuosi. Murakami e Ozawa ci raccontano la loro passione attraverso questa insolita guida all’ascolto, capace di farci rivivere l’armonia di un pomeriggio tra amici che parlano di ricordi. E capace di farci emozionare. «Una raccolta di dialoghi tra due artisti appassionati: lo scrittore immerso nella musica, nella vita e nei romanzi e il talentuoso maestro d’orchestra. Queste pagine compongono una melodia incantevole».

Murakami Haruki è nato a Kyoto ed è cresciuto a Kobe. È autore di molti romanzi, racconti e saggi e ha tradotto in giapponese autori americani come Fitzgerald, Carver, Capote e Salinger. Con La fine del mondo e Il paese delle meraviglie Murakami ha vinto in Giappone il Premio Tanizaki. Tra i libri pubblicati da Einaudi troviamo Dance Dance Dance, La ragazza dello Sputnik, Underground, Tutti i figli di Dio danzano, Norwegian Wood, L’uccello che girava le Viti del Mondo, Kafka sulla spiaggia, After Dark, L’elefante scomparso e altri racconti, L’arte di correre, Nel segno della pecora, I salici ciechi e la donna addormentata, 1Q84, A sud del confine, a ovest del sole, Sonno, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Uomini senza donne, Prigioniero in biblioteca («La storia, parente diretta di Luka e il fuoco della vita di Salman Rushdie, ma con meno mitologia, è molto divertente per i lettori più giovani ma è abbastanza profonda da affascinare anche gli adulti che hanno ancora il piacere della fantasia.» Da una recensione di «Internazionale»), Gli assalti alle panetterie. Fra marzo e maggio del 2013 Einaudi ha pubblicato i dodici titoli della uniform edition nei Super ET, con le copertine di Noma Bar. Del 2013 anche il saggio musicale Ritratti in Jazz con i disegni di Wada Makoto. Nel 2018 la casa editrice ha pubblicato il romanzo Idee che affiorano, primo volume de L’assassinio del commendatore, mentre nel 2019 esce il secondo volume Metafore che si trasformano e con Ozawa Seiji, il presente Assolutamente musica. Fin dal suo primo romanzo, Ascolta la canzone del vento del 1979, Murakami si è imposto sulla scena letteraria giapponese come uno scrittore di primo piano che non sembra appartenere alla tradizione nipponica. ra i numerosi premi ricordiamo il World Fantasy Award (2006), il Franz Kafka Prize (2006) e il Jerusalem Prize (2009). Ad Haruki Murakami è stato assegnato il Premio Lattes Grinzane 2019, sezione La Quercia. Il premio, intitolato a Mario Lattes (editore, pittore, scrittore, scomparso nel 2001), è dedicato a un autore internazionale che abbia saputo raccogliere nel corso del tempo condivisi apprezzamenti di critica e di pubblico. Lo scrittore giapponese è stato indicato per vari anni come uno dei favoriti all’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura.

Seiji Ozawa. Direttore d’orchestra giapponese. Studiò in patria e negli Stati Uniti, divenendo nel 1961 assistente di L. Bernstein. Dopo aver ricoperto alcuni incarichi presso istituzioni minori, è stato direttore musicale delle orchestre sinfoniche di San Francisco (1970-76) e di Boston (dal 1973). Aperto a un repertorio molto vasto e attivo anche in campo operistico (Eugenio Oneghin, Oedipus rex, Carmen, Elettra, Giovanna d’Arco al rogo), è soprattutto apprezzato come interprete di autori dell’Ottocento e del Novecento, con interessanti riletture dei francesi (Berlioz, Bizet). Per Einaudi ha pubblicato, con Murakami Haruki, Assolutamente musica (2019).

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voglio che sappiate che ci siamo ancora. La memoria, dopo l’Olocausto / Esther Safran Foer. – Milano, U. Guanda, 2020

Per un’anteprima clicca qui.

Per leggere un estratto del libro clicca qui.

Per una recensione clicca qui.

Per un video-dialogo tra l’Autrice e la scrittrice Nadia Terranova clicca qui.

Il commovente viaggio in Ucraina della madre di Jonathan Safran Foer sulle tracce del passato della sua famiglia.

«Una bellissima esplorazione della memoria collettiva e della vicenda ebraica» – Nathan Englander

Esther Safran Foer è cresciuta in una casa in cui il passato faceva troppa paura per poterne parlare. Figlia di genitori immigrati negli Stati Uniti dopo essere sopravvissuti allo sterminio delle rispettive famiglie, per Esther l’Olocausto è sempre stato un’ombra pronta a oscurare la vita di tutti i giorni, una presenza quasi concreta, ma a cui era vietato dare un nome. Anche da adulta, pur essendo riuscita a trovare soddisfazione nel lavoro, a sposarsi e a crescere tre figli, ha sempre sentito il bisogno di colmare il vuoto delle memorie famigliari. Fino al giorno in cui sua madre si è lasciata sfuggire una rivelazione sconvolgente. Esther ha deciso allora di partire alla ricerca dei luoghi in cui aveva vissuto e si era nascosto suo padre durante la guerra, e delle tracce di una sorella di cui aveva sempre ignorato l’esistenza. A guidarla, solo una vecchia foto in bianco e nero e una mappa disegnata a mano. Quello che scoprirà durante il suo viaggio in Ucraina – lo stesso percorso che Jonathan Safran Foer ha immaginato per il protagonista del suo romanzo, Ogni cosa è illuminata – non solo aprirà nuove porte sul passato, ma le concederà, finalmente, la possibilità di ritrovare se stessa e le sue radici.

Esther Safran Foer è stata per anni a capo del centro di cultura ebraica Sixth & I. Vive a Washington con il marito Bert e insieme hanno tre figli – Franklin, Jonathan e Joshua – e sei nipoti. Esther Safran Foer, madre di tre scrittori con diverse pubblicazioni alle spalle, esordisce con il memoir Voglio sappiate che ci siamo ancora in cui racconta della sua – personale e al contempo collettiva – ricerca delle origini. Il tema della memoria, del ricordo, e la paura di perdere ciò che trova il suo naturale posto nella mente umana, è un tema già esplorato, in modi diversi, dai figli di Foer: Jonathan, il celebre autore di Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, 2007) conta tra le sue pubblicazioni storie inventate sullo sfondo di fatti realmente accaduti; Franklin, noto giornalista e saggista (in Italia Longanesi ha pubblicato nel 2018 I nuovi poteri forti), già direttore di The New Republic e attuale firma di The AtlanticJoshua, vincitore del 2006 dei campionati statunitensi di memoria, e cofondatore di Atlas Obscura, grande raccoglitore di luoghi, storie ed esperienze che vale la pena ricordare. Il libro di Esther, che è stata per anni direttrice di Sixth and I, istituzione culturale e religiosa, racchiude le diverse attitudini dei figli nei confronti della memoria legandole grazie alla sua lunga esperienza nella salvaguardia dell’identità ebraica: la sovrapposizione di possibilità e speranze ai fatti che non si potranno mai conoscere, la passione per le indagini giornalistiche, il bisogno di catalogare il più possibile per non dimenticare. Quello che ne risulta è la necessità – dichiarata dall’autrice – di dimostrare ai suoi antenati, la cui memoria rischiava di perdersi nel conteggio delle vittime della Storia, che non sono stati dimenticati. Le radici di Esther si dipanano da Ethel Bronstein e Louis Safran, sua madre e suo padre, scampati allo sterminio nazista, la prima grazie a una lunga fuga a piedi verso l’Asia, il secondo grazie alla generosità di una famiglia disposta a nasconderlo. Oltre al dolore per le discriminazioni subite prima e dopo il genocidio, e per gli orrori a cui hanno dovuto assistere, i genitori di Esther portano con sé il peso di essere gli unici sopravvissuti delle rispettive famiglie, che nascondono all’interno di pesanti silenzi su tutto ciò che riguarda il loro passato. È solo da adulta che Esther scopre che suo padre aveva perso durante la guerra la sua prima moglie e la loro figlia. Il desiderio di dare un nome, un volto e una storia alla sorella mai conosciuta permette a Esther di aprire una breccia nei silenzi della madre per iniziare una lunga ricostruzione, ancora in atto e che forse mai si concluderà, del suo albero genealogico e delle vicende che l’hanno colpito. Anche i figli di Esther collaborano: Franklin è il primo che riesce a “intervistare” la nonna, reticente ad aprirsi su tutto ciò che riguarda la loro vita prima del trasferimento negli Stati Uniti, e accompagna la madre in alcuni dei suoi viaggi di ricerca. Ma prima ancora che quei viaggi siano possibili la storia di famiglia diventa protagonista della tesi di Jonathan che, nel tentativo di espanderla, si reca in Ucraina alla ricerca del villaggio di origine del nonno. Da quel viaggio nasce Ogni cosa è illuminata (Guanda, 2016) con il quale esordisce come scrittore. Il suo insuccesso nel ritrovare la famiglia che, durante l’eccidio nazista, aveva nascosto e salvato la vita a suo nonno, porta Jonathan a scrivere un libro che mescola realtà e finzione: Esther racconta che questa contaminazione non viene apprezzata da tutti, e delle volte in cui, durante le sue ricerche, viene avvicinata da qualcuno che per difendere la propria memoria, le fa notare le imprecisioni contenute nel romanzo del figlio. Ma Esther è consapevole del fatto che l’atto del ricordare non possa coincidere con la descrizione precisa dei fatti: “La memoria è al contempo tangibile e mutevole. I ricordi non sono statici; cambiano con il tempo, spesso fino al punto di conservare una vaga somiglianza con ciò che è accaduto”. È quindi abbastanza, il divario che esiste tra passato e la sua memoria, per poter declassificare la funzione pubblica del ricordo? Grazie al successo del romanzo di Jonathan, e del film che ne viene tratto, che si apre interesse storico verso quel villaggio e la sua storia, permettendo a Esther di proseguire con una ricerca che sembrava impossibile. Le storie (moltissime) che Esther riesce a ricostruire hanno dell’incredibile e rieccheggiano i racconti che i figli, nipoti e pronipoti di chi ha abitato l’Europa a metà del ‘900 sentono come parte integrante della storia di famiglia. Imprese incredibili, racconti di guerra, atti di estrema generosità da cui traspare sempre la voglia di vivere nonostante la spietatezza che circonda i protagonisti. La storia della sua famiglia, racconta Esther, diventa parte di lei, anche emotivamente, secondo un processo chiamato da Marianne Hirsh “post memoria”: “i ricordi traumatici continuano a vivere nella generazione successiva, anche se non ha sperimentato direttamente gli eventi (…) tali ricordi ereditari – frammenti traumatici di eventi – si sottraggono a una ricostruzione coerente”. E infatti mentre le scatole di foto, documenti, lettere e reperti si accumulano, le certezze si svuotano: “più cose scoprivo, meno mi sembrava di sapere davvero”. Ma più che la definizione di un quadro storico completo, per Esther il ruolo della memoria ha a che fare con l’attribuzione di senso e di valore, sia alle tragedie sia ai momenti più gioiosi: una delle vicende raccontate da Ethel, fu di una volta in cui, in un momento di fame e difficoltà, rifiutò della carne che le era stata offerta. Quando Esther le chiede il perché del suo gesto, Ethel le spiega che il valore della vita sta anche nell’affidarle un senso: “se niente importa, non c’è più niente da salvare“ (IlLibraio.it).

 


Ultimo aggiornamento della pagina: 17/07/2020